Il blocco dell’economia europea a causa della deflazione

La deflazione, ossia la variazione negativa dei prezzi al consumo, è un forte segno di blocco dell’economia. In realtà l’intento della Banca centrale europea è quello di tenere la crescita dei prezzi intorno al 2%: troppa inflazione fa male, ma se i prezzi non aumentano e, al contrario, scendono l’economia non va assolutamente bene.

Le conseguenze della deflazione come  spiega Gregorio De Felice, capo economista di IntesaSanpaolo sono: «Nel brevissimo periodo chi ha degli investimenti può essere contento del fatto che il costo della vita non riesca ad erodere i suoi rendimenti. E se la famiglia deve fare compere può, con lo stesso salario, acquistare a prezzi più bassi». Ma è un benessere che non dura a lungo, spiega l’economista. Infatti con l’andare del tempo la deflazione porta con sè il blocco dei consumi perché si è tentati di rimandare nel tempo qualsiasi acquisto non necessario e poi giunge inesorabilmente la discesa degli stipendi.

Le attese degli investitori sulla prossima riunione della Bce

La deflazione non è positiva  neppure per il debito pubblico e per i mutui delle famiglie. Qualsiasi prestito, se c’è un po’ di inflazione, è meno pesante da rimborsare nel tempo perché il capitale si “svaluta” negli anni mentre prezzi e salari vanno su. Infine bisogna tener conto delle grandezze macro economiche con cui siamo misurati in Europa, il rapporto tra debito e Pil e quello tra deficit e Pil. Un po’ di inflazione aiuta poiché nei calcoli viene sommata al Pil e con un denominatore più alto i due rapporti scendono facendo aumentare il nostro pregio secondo i parametri europei. Se c’è deflazione e decrescita, come succede oggi, il Pil non aumenta. E il ragguaglio con i nostri debiti peggiora.

 

 

 

 

La Francia vorrebbe un Euro più svalutato

Dopo l’ammissione che il governo non riuscirà a centrare gli obiettivi di bilancio nel 2014 e dopo aver dimezzato le stime sulla crescita economica, il ministro delle Finanze francese ha lanciato un appello a Draghi, perché faccia tutto il possibile per rilanciare una ripresa ormai troppo lontana.

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 Draghi  dovrebbe utilizzare “tutti i mezzi a disposizione per combattere la deflazione e portare l’euro su un livello più competitivo”. Il che significherebbe una svalutazione massiccia.

La Bce ha già assicurato che riverserà nel  settore bancario dell’area euro un’ altra ondata di liquidità a tassi vantaggiosi per un totale di 400 miliardi di euro. L’intento rimane quello di spingere le banche a prestare denaro alle piccole imprese e famiglie.

Intanto i dati troppo deludenti di Francia e Germania mettono Draghi in una posizione molto scomoda. Ad oggi due terzi del blocco a 18 è in recessione, sul margine di una recessione o ha in ogni caso subito una contrazione nel secondo trimestre. Non è più possibile a questo punto parlare di ripresa.

Draghi deve fare di più e passare a un quantitative easing all’europea, quindi acquistare bond governativi e altri titoli per sostenere le attività. E lo stesso Draghi non ha escluso questa soluzione.

 

Anche se più volte ha fatto capire ai governi maggiormente in difficoltà che il cambiamento di direzione per uscire per sempre dalla crisi è quella di effettuare riforme strutturali per rilanciare la crescita e gli investitmenti. E questa, purtroppo, non è sicuramente un’area in cui Francia e Italia eccellono.

 

In forte difficoltà l’economia dell’Eurozona

Gli ultimi dati sull’andamento della congiuntura europea sono stati inaspettatamente negativi. Particolarmente preoccupante è stato il calo delle tre economie più grandi dell’Eurozona nel secondo trimestre 2014. La Francia ristagna ormai da due trimestri, l’economia italiana, dopo lo 0.1% nel primo trimestre, è diminuita dello 0.2% nel secondo trimestre, ma il risultato che pochi avevano previsto è stato registrato dall’economia della Germania, che ha visto nel secondo trimestre un calo dello 0.2%.

> Raiffeisen

La Spagna e il Portogallo hanno accelerato la loro crescita, entrambi con un notevole 0.6%, oppure la Lettonia, la Bulgaria e l’Austria, per esempio, ma questo non ha compensato l’impressione che l’economia europea possa interrompersi di nuovo prima che la ripresa diventi percepibile. Soprattutto per quanto riguarda il mercato del lavoro, gli ultimi dati dovrebbero annunciare un autunno anticipato. Anche dal Giappone nel secondo trimestre 2014 sono giunte notizie negative, spiega Martin Neff, Economista capo di Raiffeisen. A causa dell’aumento dell’IVA, tutti gli economisti avevano previsto un freno alla crescita. Ma con l’1.7%, il crollo è stato forte contrariamente alle aspettative e ha generato anche un boom di correzioni nelle previsioni di crescita per l’anno fiscale cominciato in aprile. Invece di quasi l’uno e mezzo per cento, molti istituti prevedono ora solo un tasso di crescita con uno zero davanti alla virgola. Ciò è chiaramente insufficiente per ridurre anche solo di poco il debito notoriamente elevato. Dell’euforia provocata dall’Abenomics non c’è più traccia, tanto più che tutti in Giappone sanno che sono necessari altri aumenti delle imposte per interrompere la tendenza del continuo aumento dei debiti statali. In questo contesto incerto, aumentare l’inflazione a tutti i costi del 2-3 per cento con il maglio politico monetario sembra un’impresa piuttosto disperata

Segnali di miglioramento per l’economia europea

Si ravvivano le speranze di una ripresa dell’economia europea. I L’indice Pmi composito di luglio preliminare dell’Eurozona mostra segnali positivi. L’indicatore è stato molto sopra le attese attestandosi a 54 punti, riguardo ai 52,7 punti stimati dall’insieme degli analisti. Risulta essere in miglioramento principalmente il settore dei servizi che passa da 52,8 a 54,4. Il Pmi manifatturiero e’ invece aumentato da 51,8 a 51,9.

 

Il dato parla di una crescita economica trimestrale dello 0,4% nel periodo luglio-settembre se un andamento del genere sarà tenuto ad agosto e settembre.

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Il settore privato della zona euro evidenzia quindi nel mese di luglio un’espansione al tempo più celere degli ultimi tre mesi, anche grazie al nuovo taglio dei prezzi fatto dalle aziende (L’indice è rilevato da Markit, basato su un sondaggio realizzato su migliaia di aziende in tutta la regione).

Nell’insieme, tutti gli indici restano sopra lo spartiacque dei 50 punti che suddivide le fasi di espansione da quelle di contrazione economica. La Germania è il Paese che va più veloce tra i Paesi dell’area. Indicazione che le imprese tedesche stanno seguendo in maniera decisa la strada della ripresa.

L’andamento dei dati della Germania insieme a quelli dell’Eurozona hanno rincuorato gli operatori che imediatamente dopo la diffusione dell’indice Pmi composito, hanno ripreso gli acquisti. «C’è un’espansione molto incoraggiante nel settore servizi, con la Germania che cresce al ritmo più sostenuto degli ultimi tre anni. Anche le aziende francesi stanno tornando ad una modesta crescita», ha spiegato Chris Williamson, capo degli economisti di Markit.

Come cambieranno le banche europee dopo gli stress test

Sono trascorsi tre anni dai primi stress test fatti per determinare il livello di robustezza delle banche a probabili shock finanziari.

La crisi del debito in Eurozona era all’apice e la Banca Centrale Europea aveva garantito che non si sarebbe più verificato che un Istituto di credito minacciasse la salute della finanza europea. Oggi, l’Eurotower si prepara a condurne altri con criteri e metodiche molto diverse e, particolarmente, con un più grande rigore. Non soltanto perché le banche sotto esame sono 37 in più (128 contro le 91 della prima volta, che stabilì la bocciatura di soli otto Istituti), ma anche perché gli stress test saranno solo un facciata della review.

Per Draghi, Bce ora è importante fare le riforme non solo “flessibilità”

I nuovi esami fanno parte in realtà di quella che la BCE denomina valutazione approfondita, che comprende sia gli stress test che un’analisi sulla qualità degli attivi delle banche. Da Francoforte hanno comunicato che i risultati finali della valutazione approfondita saranno diffusi a metà ottobre. Le banche saranno messe al corrente sui risultati finali completi solo poco prima della loro trasmissione ai mercati. A novembre, invece, gli Istituti di credito dovranno sottoporre i loro piani di capitalizzazione al Meccanismo di Vigilanza Unico (MVU). Con gli stress test, saranno valutati anzitutto la qualità degli attivi che verranno utilizzati per aggiustare il punto di partenza della prova di stress. La metodologia di questi esami verrà resa nota nella prima metà di agosto. A condurre tali esami saranno sia le banche che una serie di esperti guidati a livello centrale presso la BCE.

Le prospettive di crescita economica in Europa sono molto basse

Il bollettino di luglio dell’Eurotower mostra la debolezza della crescita nell’Eurozona. Ma non ci sono eccessive preoccupazioni legate all’andamento dell’inflazione, le cui prospettive sono “ancorate all’obiettivo di livelli prossimi al 2%”. “La ripresa sarà molto graduale”

“I rischi per le prospettive economiche dell’area dell’euro restano orientati al ribasso”. Soprattutto, come riportato dal bollettino di luglio della Banca centrale europea, “i rischi geopolitici nonché gli andamenti nei paesi emergenti e nei mercati finanziari mondiali potrebbero essere in grado di influenzare negativamente le condizioni economiche, anche tramite effetti sui prezzi dell’energia e sulla domanda mondiale di beni e servizi provenienti dall’area dell’euro”. Quindi per l’Eurotower “un altro rischio al ribasso è connesso a riforme strutturali insufficienti nei paesi dell’area nonché a una domanda interna inferiore alle attese”. Gli indicatori economici nel mese di giugno danno del resto  poche speranze dal momento che, stando al rapporto, “segnalano il procedere di una ripresa molto graduale nel secondo trimestre del 2014”.

Per Draghi, Bce ora è importante fare le riforme non solo “flessibilità”

Secondo la Bce – che dedica una parte del suo bollettino alle Pmi e prova come la contrazione del credito abbia portato a costi di finanziamento molto più elevati in Italia e Spagna – i pericoli per l’andamento dell’inflazione nell’Eurozona “sia al rialzo sia al ribasso sono limitati e bilanciati nel medio periodo”. Inoltre ribadisce che “in tale contesto il Consiglio direttivo terrà sotto stretta osservazione le possibili ripercussioni dei rischi geopolitici, nonchè l’evoluzione dei tassi di cambio”. Stando  alla Bce le “prospettive di inflazione a medio-lungo termine per l’area euro restano saldamente ancorate in linea con l’obiettivo del Consiglio direttivo di mantenere i tassi di inflazione sui livelli inferiori ma prossimi al 2%”. Fintanto  che le misure promosse dalla Bce a giugno  passeranno all’economia, inoltre, “contribuiranno a riportare i tassi di inflazione in prossimità del 2%”.

Per Draghi, Bce ora è importante fare le riforme non solo “flessibilità”

«Pensare alla flessibilità come all’unico modo che i paesi hanno per rilanciare la crescita è abbastanza limitativo». Draghi, ieri ha dato l’ulteriore avvertimento contro l’idea di allentare il Patto di Stabilità e Crescita. «Le regole attuali contengono già flessibilità sufficiente», ha ribadito Draghi in un’audizione davanti alla commissione economica dell’Europarlamento. «Dovremmo prestare molta attenzione a non tornare indietro rispetto al rafforzamento del quadro di regole del «Six pack» e del «Two pack» o a non annacquare la loro attuazione al punto che non siano più viste come un quadro credibile».

Ritornano i movimenti sulle opzioni binarie dopo la crisi del Portogallo

Una moderata apertura della Bce all’idea italiana per favorire maggiore flessibilità in cambio di riforme in ogni caso c’è. Il problema, secondo Draghi, è «in quali circostanze può essere utilizzata». Draghi ritiene che la flessibilità deve essere condizionata a «un profondo processo di riforme strutturali in atto, in cui si possa quantificare l’impatto di bilancio che queste riforme avrebbero». Ma «l’idea di spendere per uscire dalla crisi non è praticabile», perché «uno dei motivi della crisi è stato proprio il debito», ha ammonito Draghi.

La soluzione di Draghi per tornare a crescere prevede due linee. Come a Londra la scorsa settimana, Draghi ha suggerito di «sottomettere le riforme strutturali a una disciplina comune, che non sia dissimile da ciò che abbiamo per le regole di bilancio». Quindi, dopo il «Fiscal Compact», l’idea è di un «Reform Compact»: un processo accentrato a Bruxelles, che obblighi gli Stati membri dell’euro ad adottare le riforme strutturali politicamente controverse. L’unione economica e monetaria «rimane ancora una struttura incompleta», ma ci sono «i presupposti per una qualche forma di governance comune sulle riforme strutturali», ha detto Draghi.

 

Molta volatilità nel forex dopo le comunicazione della Bce

2 euro  La giornata odierna sui mercati finanziari, è stata contraddistinta dalle decisioni sui tassi di interessa da parte della Banca Centrale Europea, il sui governatore è Mario Draghi.

Era il grande  giorno della Banca centrale europea e questa volta Mario Draghi e il board dell’istituto centrale non hanno deluso le aspettative: interventismo allo stato puro. Taglio di tutto il corridoio dei tassi, con il tasso di rifinanziamento principale portato da 0,25 a 0,15, il tasso di rifinanziamento marginale da 0,75 a 0,40 e soprattutto il tasso di deposito da 0 a -0,10, rendendo così di fatto dispendioso oltre che non remunerativo il deposito di liquidità overnight presso i forzieri di Francoforte.

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Inoltre, è stata annunciata la manovra di TLTRO (Targeted Long Term Refinancing Operation) che prevede in una fase iniziale, che le banche potranno prendere in prestito una somma fino al 7% dei prestiti al settore privato (sempre esclusi i mutui) in essere allo scorso 30 aprile. Se la richiesta iniziale dovesse essere più bassa, spiega Davide Marone, analista valutario DailyFX (FXCM), gli istituti potranno approvvigionarsi presso la Bce in due tranche (settembre e dicembre 2014) fino a un prestito totale del 7%, per una size di 400 miliardi di euro ad ogni tranche (tre in tutto dunque). Il tutto per riportare l’inflazione verso il target. La reazione dell’eurodollaro è stata estremamente volatile, per le prime e giustificate discese da 1,3630  fino a 1,35 e i clamori dietrofront fino addirittura a 1,3650. A questo punto la palla è rimessa ai dati sul lavoro degli Stati Uniti domani, con l’idea però che se l’euro non è riuscito a deprezzarsi in maniera significativa questa volta, resta ancora più improbabile che possa farlo poi. Brindano invece le Borse, con nuovi massimi su Dax ed S&P500, che accentuano la distribuzione propedeutica a discese non troppo lontani”.

 

Deflazione e politica monetaria, il rapporto con il forex

In questi giorni abbiamo disaminato le parole di Mario Draghi il quale come da retorica ha ribadito la centralità del tema inflazione, naturalmente ritenuta troppo bassa e prolungata al punto da rendere le aspettative sempre più ancorate al downside e tale da creare il contesto per quello che è stato definito un “asset buying plan”, un acquisto di titoli dunque.

Dicevamo ancora come il timore per la pericolosa spirale di inflazione stagnante e di aspettative di inflazione al ribasso abbia dunque riportato  in auge il tema del Quantitative Easing della BCE,spiega il report di DailyFx, tema discusso nel meeting di Aprile ma poi completamente dimenticato in quello di Maggio. Ancora una volta noi confermiamo che dal punto di vista di impatto sulle variabili economiche, fermo restando l’assunto per il quale la politica monetaria riesce ad essere efficace nelle situazioni di squilibri momentanei e non per dirimere problematiche strutturali del quadro economico, il QE sarebbe senz’altro la risposta più credibile ed efficace all’interno del contesto europeo, oltre che il veicolo per generare veri e propri indebolimenti del valore dell’euro.

Le transazioni di carry trade nei mercati europei

Difficilmente questo avverrà, e laddove qualcosa di simile dovesse palesarsi, evidentemente bisognerebbe comprendere le modalità di implementazione di tali misure visto che è impensabile che per statuto, connotazione, e contesto europeo, la BCE possa intraprendere un QE all’americana. Tanto per chiudere il cerchio in questa ennesima riproposizione di considerazioni, il punto è che l’eurodollaro è ancora a livelli elevati perché verosimilmente la politica di “wait and see” degli ultimi mesi della BCE a fronte di un deterioramento dell’inflazione e più in generale del quadro economico, non ha rafforzato l’idea che l’istituto centrale sia pronta a fare qualsiasi cosa per contrastare in primo luogo la disinflazione.